Dalla Sardegna con l’X-Factor

#Italia, Televisione, Varie
Localizzata temporaneamente in quelle lande rigogliose e abbandonate quali essere quelle italiane, non ho potuto mancare di vedere, con estrema attenzione peraltro, la puntata finale di quello che a detta di tutti, critica e pubblico, si é confermato essere lo spettacolo televisivo piú interessante degli ultimi anni: X-Factor.

Piú dei manichini di Vespa, piú degli Amici e dei tronisti della De Filippi, piú della D’Urso che parla con estrema dimestichezza della decomposizione di cadaveri umani. D’altronde si sa, l’Italia é un paese fondato sui reality show culinari, telenovele spagnole, fiction sulla vita dei Santi e una strana ossessione mediatica e pubblica verso tutto quello che riguarda i cazzi altrui. Ma a parte queste sterili polemiche, dettate piú da un mio personale rancore intellettuale, voglio spendere due parole sulla competizione musicale che si é appena conclusa per alcune ragioni: 

1)amo la musica, che per quanto sia stata protagonista quasi secondaria dello show ha dettato ritmi e tempi dello spettacolo; 
2)X-Factor negli ultimi anni, da quando é passato su Sky, é diventato un prodotto commerciale di successo nonché fenomeno social e sociale, che per quanto imputabile ad una cultura televisiva popolare, é riuscito a far appassionare alla gara anche alcuni dei piú reticenti cultori musicali dell’ultimo lustro;
3)adoro Morgan e la sua capacitá di fare casino. Odio Morgan e le sue ossessioni compulsive che lo portano ad essere piú personaggio ormai al limite del credibile che artista.
4)nelle ultime settimane ho avuto un po’ di tempo libero che ho liberamente deciso di trascorrere guardando in streaming le puntate di X-Factor. Non avendo trovato nessun partner in crime con cui condividere le mie opinioni ho deciso di riversare tutto su questo blog.

Detto ció, con queste premesse, vi lascio le elucubrazioni mentali di un tranquillo venerdí pomeriggio post caffé.
“Non ci vuole molto per capire che il passaggio da Raidue a Sky ha creato un mostro e denota la netta differenza che c’é tra la televisione pubblica e quella privata, ovvero i soldi e il loro profittevole utilizzo. In un paese dove la cultura televisiva, intesa in senso molto largo, naviga tra le pentole della Parodi, le risate registrate di Antonio Ricci, i monologhi di Santoro e le danze della Carlucci, portare nuova musica sul piccolo schermo conquistando il pubblico non é facile. Qualcuno, che non é la Rai, l’ha capito e intorno alla gara musicale del decennio ha costruito un meccanismo eccezionale basato principalmente su tre punti: i giudici e le loro controverse personalitá, il massiccio utilizzo del web, con il diretto coinvolgimento dello spettatore da casa, e gli onnipresenti sponsor. Per quanto in questa edizione gli sforzi legati al casting dei concorrenti e alla produzione dello show siano stati notevoli, il vero spettacolo, puntata dopo puntata, si é svolto sul bancone dei giudici. Come é sempre stato d’altronde. Morgan, annebbiato dalle 4567589 Redbull, quest’anno oltre alle ali si é messo su anche un bel po’ di piume, trasformandosi da artista eccentrico a gallina di provincia in cerca di attenzioni, anche senza merito. Assente non giustificato con i suoi concorrenti, estremamente esistenziale e polemico nei suoi patemi d’animo davanti alle telecamere, super presente con la sua interessantissima biografia sugli scaffali delle librerie. Nonostante sia stato sempre capace di scombussolare l’ordine dei fattori con brio e furbizia, vincendo svariate edizioni della competizione e interprentando al meglio le attitudini dei propri “figliocci televisivi”, quest’anno il buon caro Morgan é stato proprio una brutta storia. Perdendo il controllo ha perso anche credibilitá e forse anche il modo per pagare l’anno prossimo la rata del mutuo e gli alimenti delle figlie, non mi risulta che la sua biografia sia diventata un caso editoriale. Ma dice sempre che se ne va e poi come le amanti innamorate rimane sempre lá. Fedez é stato l’unico, forse anche perché coetaneo, in grado di costruire un rapporto di fiducia, amicizia e sicurezza con i propri concorrenti, infondendo loro empatia e carisma, trascinandoli, selfie dopo selfie, tweet dopo tweet, fino alla finale. Poi che le sue metafore, le sue lacrime siano state un po’ banali e scontate, ecco questa é tutta un’altra storia. Victoria purtroppo non mi é pervenuta mentre a cuore aperto auguro a Mika il meglio ma lontano dagli studi televisivi italiani.
La presenza sui social é stata essenziale, gestita in modo sublime, segno che ormai se vuoi diventare un fenomeno televisivo e vuoi anche vendere musica devi essere in qualche modo sulla rete. Anche il pubblico da casa si vuole sentire una star e non importa se poi i tweet, le foto Instagram, gli ILIKE Facebook, tempo 48 ore cadranno nell’oblio, chiunque ha comunque potuto dire la sua opinione. È stata la rete a decretare il vincitore di questa edizione: il giovane “Fragolino”, la sua felpa azzurra, le sue sopracciglia e la sua barbetta fortunatamente nuovamente folte. Giá idolo delle teenagers speriamo che qualcuno si ricordi il suo nome tra tre mesi. Speriamo che qualcuno si ricordi anche la sua canzone che sarebbe forse la miglior conquista.
E poi ancora gli sponsor, che spero abbiano coperto almeno tutte le spese delle scenografie, che Tommassini quest’anno non si é fatto mancare niente. La scritta Veneta Cucina affianco al faccione di Cattelan o le interviste dei Twix Reporter che boh, forse non meritano menzione. Come forse non la meritano gli ospiti stranieri, terrificanti e ignorati da tutti, come alcune canzoni inedite, le mani in tasca del conduttore, come il cuoro di Mika, come il rutto di un mio amico alla fine di un’ esibizione, come Mario il “patatone” e come i vestiti di Ilaria.
Finisco qui si tratta pur sempre di televisione e questo é pur sempre un blog. Mi sento di dire peró che per me ha vinto la nonna sarda di Madh, a mio parere l’unica con l’X-Factor. Sará pure stupido campanilismo ma io ci vedo del potenziale”.

Ciaone Berlino

#About me, #Travel, Berlino, Varie
Non si tratta di un addio e neanche di un arrivederci.
Mi piace pensare che il distacco che ora ci appartiene sia solo un ciaone. Un semplice ciao, di quelli lenti, che ci si scambia tra amici dopo una serata passata a parlare, a ridere, a suonare, a cantare. Ci si saluta dentro il locale mentre sciarpe e giacche si incastrano tra le ultime chiacchiere, poi ci si saluta fuori dal locale dove inevitabilmente si discute, in piedi e mani in tasca, altri dieci minuti sui programmi per il giorno dopo e poi si trascorrono gli ultimi cinque minuti per accordarsi sul percorso del ritorno verso casa. Un lento ciao nella consapevolezza che il giorno dopo, la settimana successiva, sarete nuovamente lá, in piedi e mani in tasca e nella stessa posizione. Eppure non riuscite a staccarvi…

Con te é stato cosí, Berlino, un lento ciaone. Per staccarmi da te ho incominciato a prepararmi emotivamente due mesi prima.
Una romantica storia d’amore che si prende una pausa, giustificata da una mia particolare curiositá verso il mondo.
Mi mancherai. Da morire.
Mi hai ubriacato d’amore e di pragmatismo. Mi hai intossicato con la tua voglia di vivere, meno con i tuoi sorrisi. Mi hai fatto ballare notti e giorni interi e mi hai fatto perdere tra i nodi e sulla scia di sonoritá sconosciute. Mi hai riscaldato nelle giornate fredde autunnali e mi hai eccitato durante le caldi notti estive. Mi hai lasciato a bocca asciutta quando ho cercato stabilitá sentimentale ma mi hai donato la fiducia di una nuova famiglia.
Sei stata una perfetta compagna di giochi e di esistenza.
Ci siamo lasciate tra bianche stanze vuote e i colori del Natale. Mi hai salutato con una luce sfocata e con qualche lacrima, segno che in fin dei conti tra di noi c’é stato un reciproco scambio di vita. 
Continueró a scrivere di te, anche se con gli occhi di chi ti vede da lontano. Continueró a seguirti negli sguardi di chi é rimasto a sudarti e tra le righe digitali di chi si é appena spudoratamente innamorato di te. Continueró ad amarti, con discrezione e riservatezza. 
Qualcosa cambierá nelle prossime settimane ma non sarai tu.

 

 

Quando la snob trasloca

#About me, Berlino, Varie

Tutto sotto controllo. A parte le emozioni.
Tutto in vendita. A parte alcuni vestiti.
Fuori tutto, la dura legge del cambiamento che si riassume piú o meno cosí:

1)Imparare a non legarsi alle cose, che vanno e poi si consumano e poi non ritornano e poi sono solo cose.
2)Imparare a legarsi profondamente alle persone che anche se siamo una generazione di migranti e cantastorie, di disoccupati e confusi, sappiamo che cosa vuol dire esserci anche a migliaia di chilometri di distanza.
3)Imparare a dare spazio e il giusto peso ai sentimenti, che quelli anche se li accumuli poi non li devi spedire con le Poste o come bagaglio da stiva.

4)In un mare di incertezze, imparare a considerarsi come una certezza.
5)Imparare a smettere di guardare troppo a ció che fu.
6)Imparare a trovare un nuovo equilibrio in qualsiasi nuova situazione anche in piedi su un letto senza rete.
7)Sapere che comunque vada ci sará sempre una brugola dell’Ikea a salvarti le chiappe.

La snob trasloca e la prossima meta sará una vera sorpresa.
Per me e per voi.

(Credits: Pinterest)

46 ore e mezzo a Sofia

#Photo, #Sofia, #Travel, Varie

Un’ora in piú.
Grandi piazze e larghe vie, il vuoto é a misura umana.
Luce bianca e marciapiedi rotti.
Una cittá in costruzione ma senza cantieri.

La moquette di ristoranti panoramici chiusi. 
Leoni che prendono il sole.
Diverse chiese, una moschea, una sinagoga. Palazzi del partito, bandiere, simboli e statue. Qualsiasi religione deve avere il suo spazio.
Cavi elettrici ingarbugliati. Tanta personalitá dalle casse vuote.
Mani sporche, grandi e callose. Rughe profonde. Visi usati e denti consumati. Vetri rotti e acqua miracolosa.
Qualche problema con l’inglese e con le banconote di grosso taglio.
Sigarette, tette e carne, come primo, secondo e contorno.
Zucca, mini cipolle e simboli multinazionali un po’ ovunque. 
Musica e stalle che diventano locali.
Qualche certezza: il Wifi e la vodka.
46 ore e mezzo a Sofia.

(Credits: lasnoblovesberlin.com)

La caffettiera

#About me, Berlino, Varie
Il suo borbottio sancisce il ritmo della mattina.
Dalle forme femminili. Se brontola male sará una giornata di merda.
Da dodici. Enorme per una cucina in cui tutto si incastra. 
Di marca, perché in questo caso i tedeschi pensano onestamente che gli Italiani lo fanno meglio.

Un caffé che diventa dibattito, a volte di livello avanzato che vorresti prendere solo il caffé e tornare sotto le piume di gallina del piumone.
Una caffettiera che unisce e intorno a cui orbitano abitudini, racconti, vizi e capricci, intervalli di una relazione particolare.
Lo zucchero é rigorosamente bio perché a Berlino ormai o sei bio o le conseguenze di una scelta controcorrente ti colpiranno irremediabilmente quando sarai in fila a zero gradi fuori dal Berghain. Non entrerai e sará colpa di quel formaggio del discount comprato in una sera di fame incontrollabile.

La caffettiera.
Il primo pezzo mancante di questo nuovo tetris esistenziale.
(Credits: pinterest)

Puttane e spose

Varie
Fatemi capire quindi oggi é la giornata mondiale contro la violenza sulle donne? Sorrido. Un giorno all’anno per ricordarci che ancora esistono violenze e abusi di genere. Tutti in prima fila. Gli hashtag abbondano, i giornali si rimbalzano cadaveri strumentalizzati mentre conduttori di talk show giocano a “Trova il testimone giusto”. Manifestazioni, spilline, scarpette rosse fanno da contorno. Tutti sensibilizzati. Tutti combattono per lo stesso obiettivo. Tutti in prima fila per combattere La Violenza sulle Donne. Poi domani sará un altro giorno e le donne torneranno ad essere “zoccole”, a non saper guidare, a “non doveva vestirsi cosí. In fondo se l’é cercata” e a firmare dimissioni in bianco. Pensieri figli di una cultura maschilista che ormai ha infettato tutti, uomini, donne e bambini.
Le soluzioni potrebbero essere molteplici e immagino che giá schiere di politici, sociologi, economisti, mercanti e maghi ci abbiano giá riflettuto. Personalmente mi piace individuarne due che suonano piú o meno cosí: o cominciamo a rispettarci tra donne, tra uomini e tra donne e uomini oppure, come mi disse un giorno qualcuno, dovremmo diventare cannibali. Il cannibalismo, questo conosciuto solo ad Hannibal e a qualche superstite, sarebbe il vero punto di svolta nella storia dell’evoluzione umana. 

#noallaviolenzaingenerenonsolodigenere

ß?@#)&%)?!"#

#About me, #Travel, Berlino, Varie
Arrivano quei giorni in cui la luce si spegne alle quattro del pomeriggio e rimane solo l’umido della pioggia che scorre dalla mattina. Dentro ormai gli spazi vuoti si allargano, gli equilibri del sedere e della schiena, delle cose e dei pranzi cambiano. La lavatrice diventa tavolo e i davanzali unico posto su cui posare gli aggeggi di uso quotidiano. Le tende si staccano, cala il sipario. Cambiare vuol dire anche questo.

Una poltrona che non c’é piú e un cuscino per terra che diventa divano. Scatole di banane che fanno da comodino nell’attesa degli ultimi giorni, quelli decisivi per mantenere la calma, raddoppiare la fiducia nelle proprie decisioni e rinchiudere alcuni ricordi in un cassetto della memoria e in una scheda telefonica mentre altri si radicano tra cuore e testa.
La musica non é piú la stessa. Ora é piú soave e silenziosa.
Le abitudini si stanno modificando in novitá e passerá ancora qualche momento prima che diventino nuovamente routine.
Le domande invadono le conversazioni. La curiositá degli altri servono a volte per rimettersi in discussione, per affrontare nuovamente il percorso delle proprie scelte. Solo quando tutto si incastrerá  le risposte saranno piú definite.
L’organizzazione deve essere mirata e le tempistiche ragionevoli. Le liste si modificano velocemente, le prioritá cambiano.
I nervi devono controllare i dettagli mentre l’anima deve controllarsi e basta. Un leggero senso di inquietudine. Difficile mettere un punto. Chiudere una parentesi, tonda sia chiaro. Niente di definitivo. Le rondini poi tornano sempre nei posti caldi dove si sono sentite a casa. Le discussioni alle nove della mattina in tedesco rafforzano le convinzioni. Mi chiedo ancora come siano possibili tutte queste consonanti insieme senza neanche un mezzo sorriso.


(Credits: pinterest)


 
 

Flashback

#About me, Berlino, Music

Le stanze si svuotano lentamente. L’eco del silenzio rimbomba sulle pareti spoglie. Cose accumulate in un angolo.
Una cucina senza il tavolo e una caffettiera che continua a svolgere la sua funzione. Fino all’ultimo giorno. Fino all’ultimo caffé insieme.

Fuori c’é giá la luce del mattino grigio berlinese.
Un furgone rifornisce il bio market sotto casa come ogni santo giorno.
Le foglie sono ormai giá tutte cadute. I rami si preparano alla neve che arriverá fra poco.
L’aria gelida dell’inverno sulla cittá come un coltello nel burro. Il fumo dei riscaldamenti si confonde con il cielo grigio. Una coltre bianca che copre la luce.
Le ultime parole. Qualche raccomandazione. 
Sotto gli occhi di un attento Jim Morrison, un abbraccio. Il piú lungo e il piú vicino. La sensazione che sará un addio. La speranza che non lo sia. Niente di piú di una semplice condivisione degli spazi.
La porta si chiude. 
Il rumore della partenza, le ruote della valigia che incedono con ritmo regolare sul marciapiede.
Qualche lacrima.
Gli equilibri cambiano nuovamente.
La vita é movimento. 
Qualsiasi cosa si scelga di fare.
Le strade si dividono sulla cartina del mondo.
Uno sguardo a quello che fu.
Un flashback riavvolge ricordi che profumano di lontano e che riportano a quel primo giorno e a quelle note, colonna sonora di una serata di fine estate in compagnia.
Finestre aperte, stanze vuote e pareti spoglie. Fuori il rumore della strada e il buio della notte, dentro il suono di vite che cominciavano a conoscersi.
Oggi la nostalgia ha il sapore di un caffé amaro.




A.A.A. Cercasi buone maniere

#Italia, #Job-issues, Varie
Ora la disoccupazione sará pure il male di questo decennio ma mi sembra che in Italia ci sia anche una carenza notevole di buona educazione. Di seguito ció che é capitato ad un candidato italiano:

“Il tipo dell’azienda mi ha chiamato Lunedí sera, mi ha fatto quattro domande in croce. Gli chiedo se gentilmente ci potevamo sentire su Skype. Fissa un appuntamento per il giorno dopo alle ore 12:00. Chiedo una mail di conferma cosí almeno ho un suo riferimento. Mi scrive per confermarmi il colloquio. Io non ho il suo account Skype. Mi organizzo la giornata in modo da essere per le 12:00 di fronte al pc. Alle ore 11:00 ricevo uno squillo dallo stesso numero che mi ha chiamato il giorno prima. Ma si tratta solo di uno squillo, non faccio in tempo neanche a prendere il telefono. Arrivano le 12:00. Niente. Continuo a stare davanti al pc. Arrivano le 12:30. Scrivo una mail per chiedere nuovamente la conferma del colloquio. Il tipo dell’azienda mi risponde alle 17:03 cosí: Mi perdoni abbiamo bucato l’appuntamento e nel macello sono arrivate le 12 senza accorgercene, ma ad una più attenta riflessione e ripensando alla telefonata mi sono reso conto che il suo non è il profilo adatto alla nostra azienda.
Buon proseguimento”
.

Manco un saluto, una scusa. Niente. I toni formali del Lei che vengono usati per mascherare un disinteresse di fondo. Non giudico il ripensamento di questa persona, puó capitare di rivedere i Curriculum quando si fa una selezione del personale. I colloqui se non mirati possono trasformarsi in una perdita di tempo per tutti. Ma le buone maniere, quelle devono esserci sempre, soprattutto quando si tratta di un tema sensibile come quello del lavoro. Soprattutto quando si ha a che fare con il capitale umano.